SMOG SULL’ATTICA Karl-Wilhelm Weeber

Notte dei tempi, primo mattino dell’umanità occidentale. Il destino consegnatosi nel linguaggio vuole che in questo mattino sia inscritto da sempre il tramonto del sole ponente. Sull’antica Grecia s’addensa una coltre di fumo e nebbia, smo(ke) e (fro)g. La comunicazione verbale è legata al respiro e “smog”, purtroppo, è parola per dire ciò che a tutti noi oggi tocca respirare. Le immagini di tante nostre giornate sospese nel pulviscolo atmosferico/industriale, principale artefice del grigiore delle nostre città, mal si sposano con l’idea – meglio, l’idealizzazione, la mitizzazione – che ci siamo fatti dell’epoca arcaica sui testi di scuola. Eppure ci siamo sbagliati, stando a Karl-Wilhelm Weeber. Le sue ricerche privano di fondamento molte nostalgie per una perduta età dell’oro del pianeta. Gravemente compromessa è l’incontaminatezza, l’immagine di un’epoca in qualche modo mitica in cui l’Eden, il paradiso terrestre, non era stato ancora violato, inquinato dal frutto maturo – meglio, dalle scorie – dell’ingestione del frutto dell’albero della Conoscenza del Bene e del Male. Il lettore è invitato a prendere atto che la devastazione sistematica perpetrata all’ambiente, alla biosfera, non è “conquista” recente dell’uomo. Quando la prima rivoluzione industriale era ancora del tutto impensabile, i popoli del bacino del Mediterraneo avevano già intrapreso il disboscamento tanto meticoloso quanto incosciente di interi patrimoni arborei. E se le potenze egemoni dell’antichità fondarono su imponenti flotte navali la loro potenza, i celeberrimi cedri e cipressi del Libano furono tra i primi a pagarne lo scotto. La violenza contro il Grande Vivente è addirittura originaria, mitologica. La ritroviamo in quello ch’è considerato il primo capolavoro letterario dell’umanità, il poema epico della civiltà sumerica (III millennio a.C.). Gilgamesh, semidivino sovrano di Uruk, e il suo amico Enkidu si prefiggono di combattere e vincere il gigante della foresta dei cedri. Per stanarlo i due eroi abbattono giorno dopo giorno a colpi di scure l’intera sterminata foresta. Per comprendere alla fine che << la foresta non era, come avevano creduto, la tana del gigante: era il gigante stesso, il suo corpo smisurato fatto di tronchi e di fronde >> ( tratto da Paola Capriolo, QUALCOSA NELLA NOTTE, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, Milano 2003 ). E come il mito narra di uno spreco di risorse naturali gratuito, non finalizzato in prima istanza alla produzione, così viene da chiedersi se per tanto accanimento dell’uomo contro la natura oggi come oggi convinca ancora l’alibi e la sostanza (immutabile) della “dura lex sed lex” del mercato, dell’economia. Quest’ultima, insensibile agli accorati appelli dei movimenti ecologici, nella misura in cui persevera nel giustificare un pernicioso sfruttamento in quanto inevitabile, rivela come essa stessa, l’amministrazione (-NOMIA) della casa (OIKOS-) sia sempre meno illuminata dal LOGOS, dalla “scienza e/o Ragione della casa”, dall'”eco-logia”. Assurdo. Non si capisce davvero come la dimora di tutti gli uomini e le specie, il loro habitat, possa essere amministrato o governato senza l’intelligenza dello stesso. Metafora di ciò cui si è ridotta ultimamente la politica, la questione è proposta dall’autore con le parole dell’elegia sul buon governo (eunomìa) che Solone consegnò agli ateniesi nei primi anni del VI secolo a.C.. Giacché, se oggi sono le leggi (presunte immutabili) del mercato globale a decidere delle irresponsabili politiche (ambientali e non) delle nazioni, la politica dei nostri primissimi antenati non fu capace di maggiore responsabilità. K. Weeber ci informa della desolazione che attendeva le terre attraversate, battute, calpestate dagli eserciti. Dove lo ius belli, il diritto di guerra, consentiva di fare letteralmente terra bruciata, “Dove fanno il deserto, dicono che è la pace”. Persino a Roma caput mundi un po’ di pace non era garantita a tutti i ceti sociali. La city era già allora talmente congestionata, chiassosa, inquinata e pericolosa da spingere i più ricchi verso il proprio buen retiro in campagna. Nella capitale la deregulation edilizia e urbanistica era la norma; speculazioni e risparmi criminali sui materiali da costruzione erano all’origine di frequenti crolli ed incendi di case. Ad maiorem Urbis gloriam si provvedeva ovviamente con “panem et circenses”. In mancanza del circo mass-mediatico e degli stadi calcistici, spettacoli e ludi truculenti, a base di animali, furono i mezzi utilizzati dalla macchina del consenso imperiale. Palcoscenico: l’anfiteatro. Risultato: una macelleria a cielo aperto, un’ecatombe, un olocausto animale che provocò una drammatica riduzione, se non addirittura l’estinzione, di molte specie da interi territori africani. Come per gli altri problemi ecologici trattati, anche in quest’ultimo caso K. Weeber – questa la sua forza – mantiene il giudizio equilibrato del ricercatore senza il distacco emotivo solitamente esigito dall’uomo di scienza. Il resoconto sulla base della documentazione raccolta, di natura prevalentemente bibliografica, corre tuttavia il rischio di rilassare in parte le coscienze occidentali. Se, infatti, il saccheggio e lo stupro ai danni dell’ecosistema precede di molto l’epoca moderna, si potrebbe concluderne che la soglia di tolleranza del sistema sia posta più in alto di quanto paventato da gruppetti di ecologisti menagrami. Va fatto presente che, per converso, partendo dalla stessa ipotesi si potrebbe giungere a conclusioni del tutto opposte. Si è abusato del pianeta troppo e troppo a lungo per non aspettarci una sorta di nemesi calamitosa dello stesso. Senza indulgere in allarmismi, una riflessione decisiva ci viene dal testo di K. Weeber. Laddove le preoccupazioni ecologiche erano di là da venire, la volontà di devastare la natura è stata frenata solo dall’impotenza dell’uomo, ovvero dalla scarsa disponibilità e dalle modeste caratteristiche tecniche dei mezzi impiegati. Anno 2008 d.C.: la volontà di cui sopra non è sostanzialmente mutata, nonostante gli appelli che giungono da molte parti. L’unico vero “capovolgimento” (traduzione letterale del greco catastrofé) ha riguardato l’impotenza dell’uomo, oramai capovolta in dominio della (potenza) tecnica di trasformazione del mondo. L’esito di queste considerazioni è sotto gli occhi di tutti. Segnali di fumo. Anzi, di smog.

Lascia un commento