HALLOWEEN, Eraldo Baldini – Giuseppe Bellosi

“Nei giorni che i morti ritornano”, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, il chiarore dei giorni declina a favore di un’oscurità crescente. Luce e tenebre si contendono la scena sovrapponendo mondi generalmente noncomunicanti ma mai così compenetrantisi come ora. In atmosfere dai confini così sfumati si fa presto sera e fra 31 ottobre e 1 novembre si prepara la venuta di tutti i santi, in lingua anglosassone “All Hallows Eve”, Halloween. Festa sempre più globale del mondo globalizzato, Halloween è fenomeno travolgente a presa rapida. Forse pure troppo per pretendere che già sia stata assorbita, digerita e fatta nostra senza molto rumore per nulla. L’intestino umano, si sa, per via della lunghezza ha bisogno di molto tempo per digerire qualsiasi cosa; non fa eccezione, al contrario, tutto ciò che suona come una novità. In singolare e sgradita compagnia dei morti in questo periodo ritornanti, da almeno una decina d’anni a questa parte non si fa attendere troppo il concitato disappunto di perplessi e detrattori. Se i laboriosi e faticosi processi digestivi a volte producono rumori molesti di cui si può intuire la ragion d’essere, nel caso specifico di Halloween le motivazioni di tanto clamore si fanno realmente incomprensibili. Un certo snobismo intellettualistico di sinistra intriso di antiamericanismo dà inavvertitamente man forte all’intellighenzia ecclesiastica. Nella prima parte di questo libro gli autori si compiacciono nel riportare pagine autorevoli, “datate” anzitempo dalla forza sopravanzante degli eventi, riempite di fobie vetero-illuministiche e timori per forme di paganesimo a sentir loro più redivivo che mai. Nella notte della Ragione libera dai miti delle <<magnifiche sorti e progressive>> viene alla luce una creatura che farebbe impallidire le streghette con cappello a punta e autoreggenti smagliate di Halloween: il progressismo catto-centrosinistrorso. Forse allora sarebbe tempo e luogo per rivedere criticamente, assieme al provocante “cane sciolto” Bruno Arpaia (B.Arpaia, Per una sinistra reazionaria, Ugo Guanda Editore), i limiti della stessa ideologia progressista. Se poi si ammette con Jung l’inconscio collettivo, in cui sarebbero depositate le esperienze della specie umana sotto forma di archetipi, allora voler confinare il mondo dei trapassati, l’oltretomba, in cimiteri posti ai limiti della civiltà equivarrebbe più o meno a spegnere uno degli interruttori della nostra psiche profonda. Con conseguenze davvero ne-faste, non solamente per i fasti della festa. Questo poiché la Vita è esattamente il ciclo continuamente riproducentesi di vita-morte-rinascita. Tutta la natura vi si adegua; come ci suggeriscono, anche per il tramite degli autori, i nostri avi contadini da altra epoca e dimensione. Per quel tanto o poco che è rimasto in noi di “natura”, non riconoscere questa appartenenza produrrebbe l’effetto traumatico di recidere le radici dell’albero su cui cresce il ramo che ci vede seduti sopra. Le radici infatti affondano nella terra, nel sottosuolo brulicante di vita dove riposano i nostri defunti. Sono proprio costoro a garantire da sempre “da sotto” la fertilità dei nostri campi, la buona riuscita delle nostre seminagioni (ricordiamo che molte semine, per esempio il frumento, avvengono proprio in questi giorni di novembre). Allora, propiziare i buoni raccolti venturi è prima di tutto propiziare i morti, specialmente nei giorni in cui questi spiriti, abbandonate le fredde dimore sepolcrali, si avviano in lunga processione per i nostri paesi, alla ricerca del tepore, non solo metaforico, di quelle case in cui hanno un tempo vissuto. Qui non si tratta dell’americana ricorrenza di Halloween. E nemmeno della pura e semplice riedizione supernostalgica del “Samain”, il capodanno celtico. Questa ordinata teoria di anime trapassate con bisogni e desideri molto, troppo, umani fa parte del nostrano bagaglio di tradizioni avite degli ultimi secoli. Proprio per questo, la seconda parte del libro (pensata per studiosi di folklore, storici, antropologi culturali come i nostri due autori…o semplicemente curiosi) costituisce un prezioso “archivio” ragionato di materiale documentario e riferimenti a credenze, leggende, riti, usi e costumi, ecc. Tutti legati al periodo che si snoda da fine ottobre alla festa di San Martino, patrono tra l’altro dei “cornuti”, a dileggio dei quali si organizzano corse, beffe e “charivari”. La ricerca è condotta sistematicamente regione per regione. L’incidenza diversa, per diffusione ed adesione affettiva, ridisegna una mappa trasversale della penisola; l’Italia “padana” si scopre più affine di quanto potesse pensare a regioni adriatiche (Puglia compresa), Sicilia e Sardegna. Lungi dal continuare a pensarci una volta di più passivi importatori di sogni plastificati americani, scopriamo che la pratica di intagliare le zucche a forma di teschio, era un’usanza già dei nostri bis/trisavoli. Con ogni probabilità son stati proprio i primissimi emigranti italiani ad esportarla oltreoceano con successo. Forse, allora, nessun’altra ricorrenza può dirsi più globale di Halloween. E non solo poiché ogni popolo della terra celebra e commemora da tempi immemorabili, seppure con modalità diverse, gli antenati scomparsi. “Globale” anche perché, sancendo la fusione spaziale e temporale (per nostra fortuna temporanea) di due mondi (terreno e ìnfero), può in-globare davvero tutti, nessuno “dead or alive” escluso. Il rischio di una omologazione a modelli culturali globalizzanti non sta tanto nel recupero e nella ripresa di una festività certamente estranea al calendario liturgico, e comunque concomitante alle sacre Ognissanti e Giorno dei Morti. Il pericolo sta invece nell’accettazione supina di un’ispirazione globale nel mentre ci si dimentica di tradurla o riscoprirla nella dimensione densa, ricca di particolarità del nostro ambito locale. La Halloween, prodotta e diffusa dall’industria mediatica statunitense, ha preso piede così in fretta solo perché ha ri-trovato, e non semplicemente “trovato”, un terreno favorevolissimo. Molti anni prima di esser lasciato all’incolto questo patrimonio era stato coltivato da generazioni per secoli. Restituendoci << una festa più antica, e più italiana, di quanto pensiate >>, i due autori ci preparano, ed è un tacito invito, a tradurre un fenomeno globale in una dimensione “glocale” (globale in sintesi con locale). Così, mentre le anime del Purgatorio s’avventurano mestamente in una notte da tregenda alla ricerca dei luoghi tanto amati in vita, orde di ragazzini reclamanti dolci e squisitezze vagolano riproducendo le questue dei poveri mendìci e le fattezze terrificanti degli spiriti irrequieti e senza pace. A buon titolo poiché, correggendo solo di poco il talentuoso scrittore Guillermo Arriaga, è obbligo non dei soli romanzieri ma di ciascuno di noi << recuperare il senso della morte per fare omaggio alla vita >>.

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