CARLO IL CARIOTO, Guido De Carlo

“Storie vere, o quasi, e poesie anche in dialetto”. Corredato da evocative illustrazioni-incisioni dell’artista cordignanese Cesare Baldassin, questo libro si sviluppa in due parti articolando una accorata omogenea ispirazione e sottolineando la doppia attitudine di Guido De Carlo: narrativa e poetica. Ispirazione che, come l’inspirare, si alimenta dell’aria dello spirito della propria terra. Ridonando voce a questo scampolo di nordest, parole e nostalgia di questi luoghi della memoria. Memoria, solo apparentemente remota, si disvela qui come il nostro passato prossimo gettato all’incuria dell’oblio dei contemporanei. Racconti, questi, che brillano per agilità e scorrevolezza; trame non complicate a conferire plausibilità e veridicità a “storie vere, o quasi”. I sette racconti sono altrettanti atti di quel rammemorare che si è disincagliato dall’oggettività del resoconto mantenendo un legame di fedeltà alla carica affettiva dei vissuti. E così accade che le storie di vita narrate ridestino nel lettore confusi e sopiti brandelli di memoria collettiva. Monta la voglia, comprensibile, d’individuarli in personaggi realmente incrociati, o quantomeno chiacchierati, della propria storia. Personaggi che, come “la Contessa”, hanno non solo dato la stura alle malelingue, alle congetture più astruse e alle “ciàcole da osteria” ma, di più, hanno arricchito l’immaginario intergenerazionale di comunità già avviate all’industrializzazione ma ancora sostanzialmente rurali, almeno nel modo di pensarsi. Ancora, e forse per poco ancora, “Comunità” all’altezza di questo nome. Non stupisce allora che la nostalgia dell’autore talvolta sfumi in note di rammarico per quel patrimonio “che non ha prezzo”: il mondo dato in affidamento e consegnato alle nostre cure dai padri, dai nostri avi. Quel lascito umano, affettivo, storico e paesaggistico vilipeso come l’esaurita cava di pietra “Colgevro” (nel racconto “La serpe”) destinata, per imperscrutabili e inamovibili volontà altrui, a diventare discarica di rifiuti. Un’eredità che chiede responsabilità – forse per questo più gravosa – tanto che qualcuno come Giovanni e il padre di Walter, in epoche contigue ma diverse, ha pensato di volarne via come rondini alle prime minacce di freddo. Salvo poi, più ricchi di marchi in tasca e di anni, scoprirsi in difetto d’identità ed emotivamente mossi dall’esigenza di ri-accordare, nel ricordo appunto, il cammino già percorso alla genesi dei primi passi. All’emigrante che ricalca il suolo natìo ci accomuna la nostalgia per quei luoghi del tempo, troppo a lungo ignorati per inseguire il miraggio del tempo trasmutatosi in denaro, frenesia produttiva. Nel ripercorrerne le vie, talvolta inerpicanti talaltra discendenti, in sella a “La Gilera” di Mario o dietro il carro sconnesso di “Carlo il carioto”, si fa strada in noi un commosso senso d’appartenenza a queste comunità pedemontane, sospese come molti vigneti tra la piana e i primi rilievi. In queste contrade, un sentire “lirico” ci introduce a manti di fiori tra sassi, zolle e sfarfallìo di secche foglie; ci conduce a quella seconda parte in cui G.De Carlo dà pieno respiro alla sua vocazione poetica, dialettale e non. Poesie ove l’attitudine nostalgica dei racconti tende la mano a una vocazione georgica, talvolta anche “idillica”, senza tuttavia rimuovere la sofferenza che si accompagna alle riflessioni sul destino e sull’umana condizione, impotente di fronte ai misteri dell’universo. In attesa, verrebbe da dire utilizzando spunti dell’autore, che il silenzio di un piccolo angolo di mondo << tra il ginepro e fra le rocce >> non sia stravolto dalle ruspe e coperto dal chiasso dei nostri pensieri. La natura tutta è chiamata ancora una volta a riflettere gli stati d’animo dell’uomo, a corrispondere ai suoi sentimenti, a confortarne silenziosamente l’irrequietezza dell’animo. E se la natura è in qualche modo una certezza indifferente al forsennare umano, la certezza sta poi da ultimo in ciò che durerà per sempre. Per Guido De Carlo questa cosa è l’amore.

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