IL BUIO OLTRE LA SIEPE, Harper Lee

Contea di Maycomb, profondo sud degli Stati Uniti, prima metà del secolo scorso. Terra rurale per gran parte dell’anno arsa dal sole, Maycomb è la palestra naturale di vita e di crescita di un gruppetto di bambini e della voce narrante di questo capolavoro, la piccola “Scout”. E’quest’ultima infatti ad accompagnarci nell’avventura della sua infanzia, in quell’atmosfera irripetibile e favolosa che l’infanzia è stata, nel bene e nel male, per molti di noi. “Favolosa” poichè densa di “fabulae” (da cui il nostro favole), leggende e racconti, ovvero quell’irripetibile modalità, prediletta dall’infanzia, di raccogliere l’esperienza del mondo e ogni inedita esperienza. Una modalità così tanto sintonica con i più giovani da ritrovarla nel loro tipico con-fabulare. A far crocchio in questo caso saranno Dill, l’amico di lunghe estati trascorse insieme, un fratello, Jem, e la sua vivace sorella minore. E siccome si tratta di un romanzo in qualche modo autobiografico, quest’ultima, la piccola Scout, è ad un tempo la penna narrante dell’autrice. Harper Lee riversa in queste pagine, vincitrici del Pulitzer 1960, gli anni della sua infanzia, regalandoci non tanto la memoria dell’adulto ma gli occhi della bambina impegnata nella scoperta della vita da quel particolare angolo visuale ch’è il suo micro-mondo. E allora capita che, non dico la pur minuscola contea di Maycomb, ma anche solamente un borgo di quattro case, il viottolo che porta alla scuola, la piazza centrale del paesino diventino “IL” mondo. E’ questa un’esperienza che ci accomuna tutti ed è facilmente ripescabile purché si faccia strada per un momento ai nostri primissimi vissuti. Se per ragioni pratiche (principalmente di non-autosufficienza) le possibilità di movimento dei bambini sono normalmente circoscritte in uno spazio limitatissimo, e questo è ancor più vero per le realtà rurali di oltre mezzo secolo fa, va da sé che tutto ciò che oltrepassa quei confini è affetto dalle tonalità emotive della terra inesplorata e, talvolta, dei suoi inquietanti misteri. In questo caso, la fitta siepe che circonda la casa dei vicini, i Radley, non circoscrive soltanto una proprietà nel mentre la protegge da occhi indiscreti ma sembra invece generare “il buio”, il mistero che sta oltre di essa. Intorno ed incontro all’assente presenza (/presente assenza) di un misterioso Boo Radley e dei segreti che al di là della siepe si celano gelosamente si muoveranno, per gioco e per curiosità, i tre ragazzini indiavolati di questo racconto. Ma il libro narra anche di una vicenda mai conclusa, quella razzista, in una terra che sullo schiavismo ha costruito parte della sua storia. Un oscuro, e nondimeno pruriginoso, episodio di stupro ai danni di una ragazza bianca da parte di un “negro” farà esplodere in tutta la sua virulenza e aggressività il razzismo che cova nella piccola comunità. Attorno alla vicenda si concentreranno gli sforzi di Atticus (il padre di Scout), in qualità di difensore d’ufficio, nel tentativo di garantire al presunto colpevole un processo equo. E proprio sulla figura di Atticus spenderò le ultime considerazioni. Vedovo anzitempo, costui, nonostante tutte le difficoltà del caso e con il supporto della fida Calpurnia, riesce ad essere un genitore encomiabile. Ma c’è di più. Con una forza mai riscontrata dal sottoscritto prima d’ora, la figura di Atticus incarna davvero il padre “ideale” nel senso che indica un attualissimo ideal-tipo positivo del padre. Niente a che vedere quindi con il modello obsoleto di “padre/padrone”, il classico capofamiglia della tradizione patriarcale. Il contrasto tra l’esemplarità di Atticus e i precedenti modelli patriarcali si situa al livello della dialettica tra figura “in autorità” o “autorevole” e figure “autoritarie” (per questo e altri temi si veda di G. Trentini, OLTRE IL POTERE – DISCORSO SULLA LEADERSHIP, editore Franco Angeli, Milano 1997). In tempi come questi di ripensamento del ruolo genitoriale e in specie paterno, essa può ben costituire un “dato”, seppur letterario, con cui confrontare in itinere la propria esperienza di neo padre. E, visto che ci troviamo in un sito dedicato alle buone letture, non posso mancare di evidenziare come sia stato proprio Atticus a trasmettere alla figlia Scout il (suo)piacere di leggere. Con ogni probabilità, proprio grazie a questo vivo “esempio in casa” di amore per la carta stampata, Harper Lee ha potuto rivelare a se stessa, al suo scopritore Truman Capote e a tutti noi il talento letterario che è stata.

Lascia una risposta