IL LINGUAGGIO POLITICO DELL’ISLAM, Bernard Lewis

Nel 1988, anno in cui uscì la prima edizione di questo testo, il confronto tra la cultura occidentale e l’Islam poteva dirsi certamente attuale. Oggi, luglio 2006, l’attualità di certe questioni è stata riqualificata dagli eventi della storia come estrema urgenza di capire. Gli scenari sono mutati sotto il tonfo esplosivo di un’improbabile chirurgia missilistico/balistica, una sorta di de-vitalizzazione secondo i polemologi mediatici. Il sangue copiosamente riversato su terreni desertici, come un concime dalle proprietà miracolose, sta figliando e crescendo molti “più nulla da perdere” che in passato, in forma di corpi appendici di ordigni, altro sangue ancora. Ove si configuri un conflitto di civiltà tra forze impari, la mediazione diplomatica e la guerra possono finire per apparire del pari impraticabili se non addirittura risibili; rimane solamente la legge del taglione affidata alla temerarietà, al fanatismo, alla disperazione dei singoli, l’atto terroristico. Il terrore condotto al cuore della spensierata irresponsabilità delle masse occidentali si fa ogni giorno più stringente, raggiungendo forse “Lo scopo”: impensierirci e responsabilizzarci. Nel mentre la politica si spera faccia la sua parte, l’unico nostro sollievo psicologico al terrore indiscriminato è razionalizzare. I reportage dal medio-oriente intendono commuoverci; le meno datate invettive di Oriana Fallaci ed epigoni confidano nell’arruolamento di nuovi crociati post-moderni. Per razionalizzare serve invece capire, a fondo se possibile, scavando nel linguaggio politico dell’Islam. Questa raccolta e rielaborazione di “lectures” viene a colmare nostre lacune culturali intasate nel tempo di pregiudizi, pourparler, sempre e immancabilmente “per sentito dire”. Con sobrietà e distacco accademico, Lewis ci introduce a queste tematiche senza addolcire le pillole amare, quelle che non vorremmo mai sentire. Attraverso una ricognizione puntuale e approfondita di lessemi tratti dal linguaggio poliglotta dell’Islam, Lewis rintraccia le evoluzioni di una cultura etica, sociale, politica, oltre che religiosa, lungo ben 1400 anni. Un lungo travagliato percorso quello della cultura classica islamica, che non ha mai attuato una vera separazione tra ciò che è di Dio e ciò ch’è di Cesare. Semplicemente perché fino a poco tempo fa non esistevano nemmeno figure di professionisti della religione (come oggi gli “ulema” e i “molla”) e termini connessi a “laicità” non hanno a tutt’oggi alcun corrispettivo nelle lingue dell’Islam analizzate dall’autore(arabo, ottomano, turco, persiano, ecc.). Così si evince come non ci possa essere un equivalente lessicale per “la Chiesa”, o per “legge santa” (visto che la shari’a è semplicemente “la legge”), o per “guerra santa” dal momento che si tratterebbe d’una mera tautologia ove nulla è “leggibile” autonomamente dalla rivelazione del Profeta. Disagevole per la nostra mentalità è capire come stiano assieme lotta contro gli infedeli (jihad) e il dovere primo di ogni buon musulmano, fare e imporre il bene ed evitare e opporsi al male. Peculiarità e forza di un credo che, nonostante gli inevitabili compromessi con la storia, non ha rinunciato alla pretesa universalistica e continua a distinguere il mondo in Dar al-Islam o Casa dell’Islam (voce, quest’ultima, avente la stessa radice di “salam” cioè pace), e Dar al-Harb o Casa della Guerra. Piaccia o meno, tutti gli abitatori di quest’ultima, cioè tutti i non-musulmani, dovranno essere prima o poi soggiogati o redenti. E’ solo questione di tempo. Non c’è da stupirsi poi tanto; secondo una nota dottrina musulmana ogni infante ha una sua innata naturale predisposizione all’Islam ma i genitori ne possono fare di volta in volta un ebreo, un cristiano o uno zoroastriano. Poeticamente e in veste edificante l’Islam è pertanto un lasciar sbocciare questa potenzialità; saggiato sul terreno della prassi può tradursi in un “tentativo”, uno “sforzo” di conversione (questi i significati originari di jihad) e nondimeno nella “lotta”. Se combattere i miscredenti e gli apostati è dovere di ogni musulmano, la fine della jihad può darsi solo nella vittoria finale; in questo senso i periodi di pace sono teoricamente nullapiù che tregue temporanee. Ma l’autentico fedele deve impugnare le armi se necessario anche contro l’autocrate o contro il sovrano correligionario che di fatto non permetta la conduzione di una vita eticamente musulmana. In effetti, e qui balza agli occhi un parallelo sfavorevole al nostro medioevo cristiano, nella storia islamica il dovere d’obbedienza alle gerarchie, invocato a scongiurare il rischio di deriva anarchica, non è mai stato assoluto; solo il dovere all’obbedienza verso Dio, la sua legge (shari’a), o le ispirate parole del Profeta lo è. E laddove alcun mutamento di significato delle parole è intervenuto a registrare un’evoluzione decisiva delle concezioni politiche islamiche, se ne è tentata, coraggiosamente non meno che inutilmente, una interpretazione originale da parte di fazioni riformiste e moderniste. L’onestà intellettuale di Lewis non manca di sottolinearlo, informandoci finalmente di tutti quei conflitti ideologici e di sensibilità sottostanti la visione uniforme e perciò distorta che ci siamo fatti dell’Islam. Per fare un solo esempio: che un termine come “watan” (= residenza, luogo natìo) nel XIX secolo passasse nell’uso comune a denotare un nuovo concetto di autorità e identità politica basati, non sulla religione, ma sul paese e sulla nazione (cioè la patria) non ha impedito comunque la riedizione, con l’Ayatollah Khomeini, d’una sorta di ortodossia integralista a guida d’una nazione. Colpisce al cuore le nostre certezze poi il passaggio in cui l’autore senza far una piega ci avverte che, essendosi l’aristocrazia ereditaria formata NONOSTANTE l’ideologia dominante, l’Islam in un senso profondo è una religione egualitaria. Molto è quindi da conoscere ex novo, riflettere, ripensare su questi argomenti. Il testo di Lewis potrebbe essere l’occasione e il saggio giusto per farlo.

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