IL MALE OSCURO, Giuseppe Berto

Poco più di quarant’anni fa G. Berto con IL MALE OSCURO conquistava, nel medesimo anno (1964), il PREMIO VIAREGGIO e il PREMIO CAMPIELLO. Una doppia consacrazione che, aggiungendosi al successo riscontrato in tutto il mondo da romanzi quali IL CIELO E’ ROSSO e IL BRIGANTE, ammette di diritto l’autore alla storia della letteratura italiana di ogni tempo. Non è un male come tutti gli altri quello cui fa riferimento l’opera di G.Berto. Non lo è poiché la sua eziologia e la sintomatologia sfuggono allo sguardo oggettivante della scienza medica. Per chi ne è “fuori” – ma non nel senso che ne è uscito o guarito – questo male si nutre di oscurità impenetrabile all’esterno. E anche se, ad alcuni decenni dall’opera monumentale di Berto, il linguaggio corrente ne ha “desacralizzato” l’espressione con il lemma “depressione”, la questione e i timori che solleva sono di bruciante attualità per tutti noi. Non occorrerà certo riproporre i dati abbondantemente diffusi sull’incremento d’uso e abuso di psicoplegici, antidepressivi, ansiolitici e via elencando. Se il male oscuro è oramai sotto gli occhi di tutti, e in tal senso meno sconosciuto e irriconoscibile, lo si deve anche alla de-tabuizzazione operata da Berto con questa “quasi-autobiografia”. Narrazione ove l’unico discorso diretto è un ininterrotto incedere di pensieri circolari, considerazioni, ricordi, interrogativi di vario ordine fusi in un logorroico soliloquio per lo più cinico. E, in effetti, il cinismo è la nota dominante di questo flusso frenetico di parole. Non solo perché tali parole esprimono il disagio di un depresso, di un disadattato che osserva una realtà uniformata nei toni del grigiore, ma prima di tutto poiché sono le parole via via pensate e fedelmente trascritte senza la mediazione di alcun buon gusto o Ego borghese. Se ne sconsiglia pertanto la lettura a stomaci “deboli” o facilmente impressionabili, ipocondriaci compresi. Qui si narra della “lunga lotta col padre” in cui si avvicendano conflitti edipici e senso d’ammirazione, commiserazione, idealizzazione, rancori. Conflitto che sembra destinato ad estinguersi naturalmente con la morte naturale, ancorché “disumana”, di questo padre ex-maresciallo dei carabinieri. Ma si tratterà solo di un’illusione fugace. Dal sonno eterno e borghese del suo loculo, la figura del padre prenderà a perseguitare il nostro protagonista attraverso i rimorsi e il senso di colpa per non aver presenziato al momento del decesso. In questo genitore odiato e temuto Berto identificherà volta per volta la causa metafisica o soprannaturale di tutti i malanni fisici che gli capiteranno. In un crescendo parossistico di sensazioni morbose e malattie immaginarie con annessi raggi, ricoveri e visite specialistiche a iosa, il protagonista vedrà ad un tempo sgretolarsi la fiducia verso la classe medica e crescere la sua dipendenza da essa. Un po’ alla volta però, i mali attribuiti a disordini fisici e ossessioni alimentari si psicologizzeranno rivelandosi per ciò che sono, ovvero le somatizzazioni di un disagio psichico profondo. Ben consigliato dalla moglie,”la ragazzetta” con le mani bucate cui non risparmia mai i giudizi più impietosi, deciderà alfine di affidarsi senza troppa convinzione alla novità, per gli anni in cui fu scritto, della psicoanalisi (freudiana in questo caso). Assistito dall’analista (“il vecchietto”) Berto potrà agevolmente attuare il transfert e indagare l’influenza “castrante” del suo Super-Ego e il nesso di quest’ultimo con la figura del padre. Sull’esito della terapia rimando alle pagine dell’autore e alla curiosità del lettore. Ma, e qui occorre sottolinearlo, non solamente la fase conclusiva ma bensì l’intero libro è già in qualche modo il farsi concreto di una auto-psico-analisi introspettiva. Intrisa di cinismo, ironia, sarcasmo e disperazione grottesca, quest’opera può realmente divertire e certamente insegnare. Da una parte c’insegna e c’invita a far opera di verità dentro noi stessi, a non censurare l’ambivalenza dei nostri giudizi e dei nostri sentimenti nei confronti di chiunque, foss’anche di una figlia, dei nostri genitori o della compagna di vita. Dall’altra, la scrittura colta di Berto è pure un prodigioso esercizio di stile. La punteggiatura è ridotta alle virgole se si eccettua una manciata di punti ridotti a chiudere periodi lunghi alcune pagine. Ritmo incalzante che non consente letteralmente di tirare il fiato e trasmette, comunica, tutta la concitazione del narrante. Tuttavia, l’impressione del sottoscritto è che l’effetto sia stato a volte a tal punto esasperato da sapere di “ricercato”, artificioso, poco spontaneo. Preso atto che molto, forse troppo, è ciò che queste poche righe non mi consentono di riassumere, mi congedo da voi. E così mi sovviene l’ossessione ricorrente del protagonista, lo stesso Berto, di andar oltre i tre capitoli e concludere il libro che lo avrebbe destinato alla gloria e alla fama imperiture. Ma noi, al di là della narrazione, dal nostro osservatorio privilegiato, possiamo ora constatare come in un atto unico Giuseppe Berto ha saputo vincere la stasi della depressione, quel male oscuro che lo bloccava e gl’impediva di scrivere, e insieme ha potuto concretizzare l’aspirazione della sua vita. Scrivendo appunto quel monumentale capolavoro ch’è IL MALE OSCURO.

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