IL NUDO PIACERE DI VIVERE, Romano Màdera

<< Nuotando lenti di fronte alle coste della penisola calcidica, guardando i duemila metri dell’Athos che si alzano dal mare, c’è la percezione che per essere felici basti essere sufficientemente sani nel corpo e abbastanza esercitati nell’anima per non coincidere con i propri tormenti >>. Non si tratta dello slogan riuscito di una locandina appesa fuori da un’agenzia di viaggi promozionante vacanze all included in Grecia. L’autore non lo consentirebbe mai. Questo visto che, dall’opera prima IDENTITA’ E FETICISMO (1977) ad oggi, Romano Màdera non ha mai smesso una puntuale e argomentata critica all’onnipervasivo processo di mercificazione. Scelta per il retro della copertina del suo ultimo capolavoro, la frase condensa in poche righe non tanto una sosta vacanziera o un viaggio qualsiasi ma il punto d’approdo d’un percorso lungo una vita di lotta, studio, ricerca, analisi, autoanalisi. E se l’ammonimento di Socrate – gnothi seautòn – a conoscere se stessi non era certo una novità per l’autore-docente e la sua pratica di analista (neo-junghiano), riverberato ex abundantia cordis nei caldi infocati tramonti dell’Ellade da cui partorito, acquista ora un timbro nuovo, più preciso, predisponendo l’ulteriore passo in avanti di R.Màdera: la riscoperta di Epicuro. Grande trascurato delle dissertazioni e dispute accademiche contemporanee, l’insegnamento di Epicuro è stato tradotto e stravolto in edonismo volgare ad uso e consumo delle masse. A tal segno che un affidabile dizionario di qualche anno fa – sia ben chiaro, registrare e riportare l’uso invalso di un termine non porta pena – alla voce “edonico” offriva i due significati “epicureo” ed “edonistico” come sinonimi. E se da un lato Epicuro ci insegnava che fine dell’uomo è la ricerca del piacere con conseguente fuga dal dolore, da altro lato e in tutt’altra epoca tale indicazione riceverà entusiastico plauso da parte d’ogni convinto edonista, prole gaudente del consumismo di massa. In realtà, le consonanze e corrispondenze d’intenti fra mondi così distanti terminano qui. E non solo perché le opulente e pasciute moltitudini dell’occidente a economia avanzata molto difficilmente potrebbero rintracciare il piacere in un po’ d’acqua e un tozzo di pane, alla maniera del pensatore greco per l’appunto, ma soprattutto perché in Epicuro è di mira la ricerca del piacere il più possibile stabile. Piacere in grado di stare in pari con la stabilità della verità ricercata da Parmenide. Con eustàtheia Epicuro rende l’equilibrio perfetto che sta oltre il dolore, il piacere massimo affrancatosi da quell’inquietudine che il desiderio di piacere inevitabilmente comporta. E allora i piaceri illusori cioè effimeri, destinati allo scacco dell’insoddisfazione e perciò al meccanismo della coazione a ripetere, vanno prima di tutto riconosciuti. Riconoscere i desideri non necessari è obiettivo possibile, oltreché auspicabile, attraverso una pratica costante della “filosofia” come stile di vita. D’altro canto la filosofia, tradotta nella prassi del divenire storico individuale e sociale, è propriamente ciò che chiamiamo “saggezza”; di qui si intuisce come in quest’opera densa di Madera le grandi tradizioni filosofiche e spirituali d’oriente e d’occidente possano “sinfonicamente”, ordinatamente, “cosmicamente” accordarsi. La questione non è relegabile a meri confronti dottrinali istruiti da un sentimento irenico, “allargato”. In vista c’è pure altro. Esattamente la confluenza delle più distanti e reverende vie sapienziali in quel sincretismo antagonista (antagonista alla logica del denaro che figlia denaro) di cui l’autore già dalla stesura de L’ALCHIMIA RIBELLE (1997) va delineando i tratti in modo ineccepibile. Le possibilità e la necessità di questa convergenza, critica già nel suo porsi – sincretistico rispetto al modello conflittuale dell’accumulazione capitalistica – sono inscritte dagli albori della civiltà nella coscienza umana “naturalmente” utopica. Se alla fin fine è EU-topia (ovvero il buon luogo per eccellenza) ciò che vanno ricercando i viandanti diretti all’isola di Utopia, va da sé che ogni ricerca di felicità non può prescindere dall’anelito ad una società ove ai miti del successo, dell’immagine e del potere, si sostituisca la ricerca dell’autorealizzazione solidale. Realizzazione solidale della propria individualità, frutto maturo del processo di individuazione indicato dal fondatore della psicologia analitica C.G.Jung. A dispetto delle etimologie apparentemente (ma solo apparentemente) simili, il concetto di individuo è esattamente l’opposto del concetto di atomo. L’atomo (dal greco A privativo + temno) è il non-ulteriormente-divisibile poiché risultato della massima divisione/scomposizione/destrutturazione possibile dealla realtà. L’in-dividuo invece è il non-ulteriormente-divisibile poiché ogni parte gli è intimamente necessaria, la sua complessità non può prescinderne senza compromettere l’interezza e l’irripetibilità della propria essenza, l’Ego stesso. E se oggigiorno ci troviamo, sempre più spesso, nella condizione incosciente di atomi confliggenti e non di individui (per questo e altro vedi di R. Madera il denso L’ANIMALE VISIONARIO, il Saggiatore, Milano 1999), la terapia consisterà prima di tutto nella ricostruzione/ricomposizione paziente e laboriosa della propria biografia intesa come racconto di un’esistenza individuale interdipendente da tutto e da tutti, realmente solidale. E’ quello che l’autore fa per la primissima volta – non limitandosi a suggerirlo ex cathedra ai lettori come sovente accade – intrecciando sapientemente le riflessioni più generali, di teoria e di metodo, alla riedizione di momenti molto intimi del suo vissuto personale. Un esempio di coerenza davvero straordinaria, l’indicazione concreta di un percorso e il coraggio di essere Uomini. Senza dubbio Màdera lo è.

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