IL SIMPOSIO, Platone

Siamo da sempre impegnati in una qualche conversazione. Anch’io ora mi sento impegnato in una conversazione con tutti voi; di certo una conversazione un po’ particolare (a distanza per quanto riguarda le dimensioni dello spazio e del tempo). Questo mio intervento, che prende lo spunto da un classico di ogni tempo, vuol essere una conversazione sul conversare e sulla convivialità (nel senso in uso di dimensione del banchettare e in quello etimologico di “vivere insieme”). C’è da dire che a circa 2500 anni da Socrate, protagonista principale del “Simposio”, è invalsa più che mai l’abitudine di cenare tra amici e, come molti avranno potuto osservare, argomenti quali “le relazioni di coppia” “l’eros” ecc. riescono a ravvivare immancabilmente l’interesse di ogni convitato. Nell’anno del signore 2006 siamo impegnati a discorrere e disquisire dello stesso identico argomento che impegnò 2500 anni fa Socrate e altri intellettuali del “Simposio”: l’amore. Ciò che fa problema oggi è da un lato la caterva di banalità in proposito (per lo più destituite di qualsiasi fondamento) e dall’altro la banalizzazione che si fa della sacralità di questo argomento. In considerazione di ciò invito a scoprire o alla rilettura meditata di quest’opera realmente illuminante. Si scoprirebbe per esempio che la volgarizzazione abusata della “metà della mela” si rifà ad un mito rievocato da uno dei convitati al banchetto di Socrate. Vi si narra infatti del mito dello “sfero”, ovvero dell’uomo “totale” originario, completo in sé della parte maschile e della parte femminile, con 4 braccia e altrettante gambe. Mossi dall’invidia per l’autosufficienza di questi “sfero”, gli dei hanno pensato bene di dividerli in due parti; da allora ognuna delle due metà è fatalmente destinata a cercare l’altra. Ma le sorprese di questo capolavoro non si fermano certo qui. Vari contributi verranno avanzati in merito alla natura di “amore” ma sarà proprio Socrate a concludere il ciclo di interventi. Il più grande filosofo dell’antichità, il maestro di Platone, sconcerterà tutti affermando di aver appreso tutto ciò che sa su Eros (= Amore) nientemeno che da una donna, una sacerdotessa di nome Diotima. Il rilievo è degno del massimo interesse se stiamo a quanto Socrate afferma della natura di Eros. Quest’ultimo infatti, in quanto figlio di Penìa e di Pòros, non è né dio né mortale ma bensì “metaxy” cioè “medio” tra le due sfere. Eros, proprio per la sua natura “demonica”, sta tra i divini e i mortali e precisamente per questa ragione è collegamento fra la sfera superna e quella mortale, umana. Esso è simbolo (sin- cioè “insieme” + -ballein ovvero “gettare”) al massimo grado nel senso che riunisce i distanti, i differenti. Se dunque l’intelletto, che si nutre di distinzioni e differenze – ed è la cifra dominante dell’occidente in cui viviamo – è da tempo immemorabile identificato con il “maschile”, non stupisce più di tanto che la rivelazione del limite insito in detto intelletto “separante-distinguente” dovesse essere offerta a tutti noi per la primissima volta da una donna, Diotima. Il simbolo, e l’amore che è “simbolico” per eccellenza, congiungendo i distanti si oppone al movimento dell’intelletto teso a distanziarli dif-ferenziandoli. Il contributo di Socrate prosegue poi in una direzione riflettente la dottrina delle idee di Platone. In una scala ascendente, dalle attribuzioni della bellezza più “materiali” (per esemplificare la bellezza dei corpi) passando per livelli sempre più “ideali”, si accede infine all’Idea iperuranica del bello, il bello in sé. Lo spazio per un approfondimento però non è molto e la vostra pazienza ancor meno presumo, perciò mi soffermerò velocemente sul finale scoppiettante e in parte “dissacratore” che attende l’ignaro lettore (senza togliere il gusto di andare a leggerselo per conto proprio). Come in un “fuori onda” assistiamo alla scomposta e inopportuna entrata in scena di un provocatorio e “alcolico” Alcibiade. E dato che “in vino veritas”..c’è davvero da aspettarsi di tutto!! E’ forse tempo che io mi congedi da questo spazio ma lo farò con un augurio personale. A tutti coloro che, come ci ricorda Platone, sono convinti che “amore è generare nel bello”, questa lettura porti infine, oltre che diletto, pure i semi per ulteriori e illuminanti convivii d’amore.