KLITO, Giuseppe Carlotti

Cos’è KLITO? Potrebbe essere la formula abbreviata di clitoride, “l’unico e solo organo femminile degno di menzione” (a leggere testualmente le parole del protagonista Daniele Sandroni). Oppure il pianeta governato dall’alieno Accasetteventicinque, partorito dalla fantasia delirante dello stesso protagonista. Di certo, KLITO è al contempo romanzo di rottura e possibile “sdoganamento” di un genere. La forma è quella del diario personale cui si consegnano le esperienze, le divagazioni, le volute dello spirito più intime e inconfessabili, più che riservate. Non si pensi a nessuna anarchica raccolta squisitamente “adolescenziale” di pensieri centrifugati, e poi riversati, da inediti e ingestibili turbamenti del cuore. Questa volta non è lo scritto di una liceale ma di un maschio trentenne. Deluso, disilluso, frustrato, finalmente incazzato. Le due citazioni in capo al libro ( << Le donne puzzano >> di Vincent Gallo e << C’è ancora qualche motivo d’odio che mi manca. Sono sicuro che esiste. >> di L.F.Céline ) squillano come un vero proclama di guerra. Continuità nel mutamento: se il procedere della Storia non è ancora riuscito a liberarsi dello spettro psico-sociologico del “Nemico”, l’inarrestabilità del suo processo non può che limitarsi a profilare all’orizzonte sempre nuovi nemici. Il succo di KLITO potrebbe essere ritrovato e raccolto nella devastazione mirata, sistematicamente perseguita, del “politically correct”; in ultima analisi questo sembra il vero avversario da demolire. Il protagonista, trentenne viveur e modaiolo della Roma e della Milano “bene”, è alle prese con la maxi-cassintegrazione che si sta preparando in Finplastica S.p.A, azienda prossima a collassare dopo aver per anni ottenuto l’appoggio delle banche e gonfiato i propri bilanci. L’insoddisfazione cresce; l’azienda è un covo di “nazisti” incravattati, allegramente attorniati da stagiste bionde e more, comunque arroganti, indaffarate yuppiste pronte a investire in servizietti alla Levinsky. La dott.ssa Bocchinoli, megamanager responsabile comunicazione, s’è fatta strada proprio così. Ma se il sistema-azienda è assurto a paradigma di un’intera società italiana mutata geneticamente in azienda, come si auspicava fino a qualche anno fa, quei rampanti “nazisti” e quelle troiette di prima classe hanno finito per invadere altri spazi sociali da quello lavorativo. Diventando a poco a poco ossessione del protagonista, paranoia consegnata con cadenza settimanale al lettino di Giovanni, l'”inetto” psicanalista. Di fronte ad una realtà imbellettata, dal magnifico packaging ma consumisticamente mercificata, i reiterati inviti ad assumere un atteggiamento psicologico “positivo” di apertura cadono nel vuoto e assumono le sembianze di una ulteriore e più grave sofisticazione; lo psicanalista viene coperto di insulti. Fino ad una rottura drammatica. Libro nel libro, KLITO, opera prima di Daniele Sandroni, comincia ufficialmente qui. Per dirla psicanaliticamente, le nevrosi della prima parte si sono evolute psicoticamente nella seconda. << Caro Accasetteventicinque >>, l’alieno con cui Daniele intrattiene una comunicazione franca e nondimeno imperscrutabile, telepatica, si sostituisce al “Caro diario” di molti dei nostri ricordi. Se il processo di oggettivazione non risparmia neppure le persone, il mondo delle relazioni diviene nulla più che disponibilità per l’uso, il consumo, l’abuso (dal latino “ab”+”uti”= consumazione completa); al pari del set di coltelli Miracle Blade “La serie perfetta”, i dvd porno di Chasey Lain o i Bastoncini di Merluzzo del Capitan Findus. L’unica possibilità residua di comunicazione verrà da fuori di questo mondo (ergo “extra-terrestre”). E se i soggetti si son fatti oggetti, gli oggetti tecnologicamente più evoluti iniziano a parlare. La consolle Sony Playstation 2 mette in guardia il protagonista da persecutori nazisti in agguato. Ne siamo circondati, ci avverte l’autore. Come dargli torto. La politica americana, a guida della globalizzazione, è da sempre “nazista” nella prassi (basti pensare al solo sterminio di milioni di indiani) e il suo vertice rappresentativo, G.W.Bush, lungi dall’essere burattino manovrato da un cartello di multinazionali, è descritto come un despota assetato di sangue, iracheno attualmente. Non vengono risparmiati neppure i Berlusconi, i Prodi, ecc. di casa nostra. Si respira una cocente delusione di sinistra. La sinistra incassa ma tira un parziale sospiro di sollievo; la misoginia non viene neppure questa volta, forse, dalle sue file (il che sarebbe stato politicamente scorrettissimo). E comunque, astutamente, G.Carlotti si è già col personaggio di Daniele Sandroni smarcato dalla condanna (ma non dal sospetto e dall’imputazione) di recrudescente maschilismo, sventolata misoginia. L’infausto eroe del libro fantastica l’estinzione dell’inferiore genere femminile sino a progettare l’impossibile, la prima procreazione maschile; ma le ragioni di tanto livore verso le donne rimangono meri s-ragionamenti di un fallimento psicanalitico commisti ad un trush valoriale e culturale, imported from (but not-exported to) USA. Il protagonista, purtroppo, annaspa in contraddizioni tali da travolgere nel nonsenso qualsiasi feedback utile alle lettrici, alle donne. Oggi più che mai sarebbe invece necessario che i maschi, dimessa la furia cieca di ascendenza patriarcale ma non lo sguardo critico che ci vede benissimo, restituiscano alle ultime generazioni di donne, riflesse nello specchio fedele di un occhio sessuato “esterno”, l’ Immagine cui da qualche tempo si stanno votando. Ed è, finalmente il caso di dirlo, un’immagine brutta. Le penne maschili si facciano coraggiosamente avanti.

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