LA QUESTIONE DEL METODO, Jacques Bonnet

10 dicembre 1582, Parigi. Nella casa del Gallo, sita in rue Saint-Jean-de-Latran, il libraio Nicolas Heucqueville, la sua giovane moglie di seconde nozze, la sorella, i due figli, il neonato, la balia e il padre Guillaume sono stati barbaramente trucidati nella notte. A rincarare lo sgomento e l’orrore e rincrudire la scena del massacro, il vecchio è stato crocifisso sulla porta della sala del primo piano con un pugnale conficcato nel didietro. Due scritte sono state lasciate in loco. Su di un foglio di carta accompagnato dal cadavere di un corvo morto, due versi del canto XII dell'”Inferno” di Dante non lasciano adito a dubbi; si tratta inequivocabilmente di vendetta. Ma poi che messaggio hanno realmente voluto destinarci gli assassini, con la scrittura sgocciolante ed imprecisa di dita maneggiate come penne intinte nel sangue, sulla parete? “Ricorda Leone” o “Ricorda Lione”? L’intrico di indizi, per quanto oscuri, disseminati nella casa del Gallo è un invito, una vera e propria sfida alla capacità indagatrice ed ermeneutica non solo del tenente Dagron ma anche di un inedito investigatore in tonaca, non più domenicana, e cappa. Di statura fisica minuta e nervosa, forse dovuta anche ad una certa frugalità ascetica, per altro verso Giordano Bruno all’epoca dei fatti narrati è un filosofo dalla statura morale e intellettuale ormai conosciuta, ma da molte parti in odore di eresia e perciò osteggiata. Prima di finire arso vivo in Campo dei fiori, tutto ciò non gl’impedirà comunque di farsi apprezzare anche alla corte di Francia per la sua brillantezza speculativa, di saggista e commediografo. Per un espediente letterario che allude al ritrovamento di uno sconosciuto manoscritto, le vicende del romanzo escono dalla penna di Jean Hennequin, un bennato e ammodo allievo parigino, e si collocano in questa felice parentesi francese del filosofo nolano. Inizialmente colto nel momento didattico delle sue lezioni parigine, Giordano Bruno sarà un po’ alla volta assorbito dai misteri che riguardano il massacro, senza smettere mai la propensione, l’habitus direi, a mettere le idee attinte dalla tradizione filosofica in circolo con la vita reale. Tutto il magnetismo che promana da una mente sì geniale e dalle rughe di una coriacea, vissuta, personalità spingerà il giovane studioso di diritto canonico J.Hennequin a seguire partecipe i passi e le evoluzioni mentali del monaco dagli “eroici furori”. E’ una Parigi attanagliata nella morsa di un inverno rigido, di una Senna diacciata, quella descritta dall’autore, particolarmente convincente proprio nella resa prosaica del freddo. Al tepore di un caminetto acceso, unico timido riparo da tanto gelo, i protagonisti faranno la conoscenza di uno spaesato William, un giovane aspirante drammaturgo londinese, figlio di macellaio, senza alcun futuro…una chicca gustosa per chi è alla ricerca di riferimenti celati fra le righe! In questo rimarcabile thriller post-rinascimentale, forse degno più di altri d’una trasposizione cinematografica, la vis raziocinante di Giordano Bruno avrà buon gioco nel confrontarsi con la razionalità lucida e spietata di una strage che non può essere violenza gratuita di un folle. E sempre la dialettica permeerà da un lato gli incontri del filosofo con i dotti vecchi cachettici e scaracchianti dell’establishment e dell’elite culturale francese, dall’altro contrassegnerà l’ingaggio di una tacita ma accesa rivalità investigativa con Dagron, abile tenente dello Chatelet e senza meno estimatore dei piaceri enogastronomici parigini. In un groviglio di messaggi criptici disseminati dai feroci uccisori, di possibili rimandi a datati fatti di sangue ruotanti attorno alla terribile “notte di San Bartolomeo” e molto altro, Giordano Bruno e l’acuto discepolo scandaglieranno tutte le piste, s’industrieranno in analisi su più piani e livelli con conseguente scarto delle ipotesi contraddittorie, sempre sostenuti dalla fiducia incondizionata nel più potente strumento nelle mani dell’uomo, il raziocinio. E di questo strumento, la filosofia classicamente intesa e dalla classicità tramandata si rivela qui, sul versante pragmatico, come la messa a punto più cosciente ed efficace. Se, come affermò il filosofo Carmelo Vigna alcuni anni or sono, uno spirito similare accomuna il “giallista” all’autentico filosofo, questo accade purché si confidi a un tempo in una verità finale/”ultima” e nella concreta possibilità di scoprirla/rivelarla. Al fido J.Hennequin Giordano Bruno confiderà: << Un delitto è come un testo filosofico, va studiato seriamente. Bisogna tornare alle fonti, smontarne il meccanismo, sottoporlo a tortura, e rispettarne la coerenza. E’ quanto farò con questo massacro. >>.

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