L’INCANTO DEL LOTTO 49, Thomas Pynchon

 

“Il romanzo che ha fondato la letteratura post-moderna” a detta dei suoi curatori. Sicuramente una narrazione allucinante, in parte allucinata. Qualsisia l’aspettativa dell’ignaro lettore nello stringere fra le mani per la prima volta questo libro, è forte la sensazione di disorientamento che t’investe e ti s’attacca fin dalle prime battute; per non essere mai vinta del tutto sino alla fine. Un sentire che, ad un certo snodo della narrazione, troverà modo di riflettersi e rafforzarsi nello smarrimento esistenziale, psicologico, affettivo dei coprotagonisti. Non ne rimarrà immune, anche se in modo sostanzialmente diverso, nemmeno la “sentimentale” e modernissima protagonista Oedipa Maas. Casalinga con laurea in letteratura inglese e moglie di Mucho, un improvvisato deejay radiofonico, Oedipa alla soglia dei trent’anni è una moglie forse non troppo convinta, certamente “disincantata”. Ma in questa casalinga californiana, che poco ha a che vedere con la stereotipata “casalinga di Voghera”, il desiderio di “incanto” è solo sopito, come in attesa di un segnale, pronto a ridestarsi allo squillo di un corno o d’una telefonata inattesa. E la chiamata, tanto inaspettata quanto provvidenziale a rimescolare le carte, non si farà attendere troppo a lungo. Oedipa apprende così che Pierce Inverarity, uno spregiudicato magnate immobiliare californiano, con il quale ebbe una relazione, è morto ormai da tempo e che proprio lei è stata incomprensibilmente nominata sua esecutrice testamentaria. Un incarico che sopraggiunge dal passato, dal suo accantonato passato personale, e al contempo un invito a ricredersi e ricredere che forse i giochi, e sopra tutti quel gioco nelle mani di un fante ch’è la vita stessa, non sono già conclusi. Già, poichè l’enigma contenuto nel nome Tristero, di cui Oedipa ricercherà la verità, potrebbe essere solo un “gioco” o uno scherzo diabolico magistralmente architettato da un capitalista megalomane qual’era il suo ex-amante Inverarity. La nostra impulsiva protagonista, maggiormente attratta dalla disponibilità d’avventura che l’esistenza sembra proporle ex novo piuttosto che mossa da responsabilità burocratiche non richieste e più grandi di lei, mollerà gli ormeggi del trantran domestico privo di incanto e si dirigerà decisa verso San Narciso. Come rivela il nome stesso, San Narciso è una dozzinale cittadina americana, corredata di laghetto ove specchiarsi, in cui l’ormai trapassato ex-fidanzato aveva costruito il suo impero e dove tutto agli occhi di Oedipa parla ancora di quegli aridi sogni imprenditoriali. L’appuntamento con l’avvocato Metzger, allo scopo di venire a capo dei gravami che le son piovuti addosso, si risolverà ben presto in una svagante, forse a lungo sospirata, parentesi extraconiugale. Ma, in fondo, ogni personaggio che incontrerà nel suo investigativo girovagare offrirà non tanto soddisfacimento ai suoi interrogativi ma piuttosto le proprie risposte alle domande e ai bisogni inespressi, ma non perciò meno sentiti, di Oedipa. E offrirà sempre nuovi possibili agganci alla trama che, come una rete di fili conduttori, Oedipa seguirà; alla ricerca spasmodica, in atmosfere thrilling, della verità che circonda Tristero, di un simbolo misterioso a forma di corno con sordina, di un misterioso complotto che affiora fra le righe dell’opera teatrale “La tragedia del corriere”, di un’antica organizzazione underground e con ramificazioni globali, parallela ai servizi postali statali. Come se gli spensierati Happy days dell’America anni ’60 sentissero mancare sotto i piedi il terreno fondante e mitopoietico della Storia. Come se al di sotto del livello della comunicazione ufficiale, costretta nelle logiche impersonali dell’intero ordine societario, fossero concesse altre possibilità più autentiche di comunicare e forse di amare. E forse sarà davvero per un’invincibile solitudine, e pel disperato e frustrato bisogno di quelle possibilità indagate e rincorse da Oedipa, che via via smarriranno la testa il marito e lo psicanalista, il professore universitario, il regista teatrale, ecc.. Nelle modalità più diverse ma egualmente drammatiche l’Ego dei vari personaggi si farà da parte per lasciar irrompere scompostamente le fantasie dell’Es. E se per Oedipa ogni nuovo reale tassello guadagnato servirà solamente a moltiplicare le possibilità della irrealtà fantasticata, questo tuttavia le consentirà di affrontare a viso aperto il cuore celato della questione. E’ con un enigma reale che si va confrontando? Oppure solo con il suo bisogno di rintracciare i segni, disseminati per una landa spoetizzata e secolarizzata, di nessi/sensi sotterranei e paralleli ad essa? A questo punto interrogativo che, si badi, non riguarda più solo l’eroina sognante di Pynchon ma nel 2006 tutti noi, nessuno escluso, rimando alle dense pagine dell’autore e alle vostre riflessioni crepuscolari. Vorrei da ultimo evidenziare come ogni nome in questo libro è un simbolo e la traccia che rimettendo in cammino, “in via”, rinvia sempre ad altro. Se talvolta la sovrabbondanza di metafore e di riferimenti, mai comunque banali, rischia d’inciampare la scorrevolezza della lettura, la prosa di Thomas Pynchon non può dirsi “barocca” e di certo le va riconosciuto il merito di aver inaugurato uno stile. Allo psicanalista ormai uscito di senno << Io, – disse Oedipa, – ero venuta nella speranza che mi facesse uscire da una mia fantasia. – E l’accarezzi, invece! – gridò Hilarius con slancio. – Sennò cosa vi resta, a tutti voi? La tenga stretta per il suo piccolo tentacolo, non lasci che i freudiani gliela portino via con le seduzioni, o i farmacisti col veleno. L’abbia cara, qualunque cosa sia, perchè quando la perderà finirà come gli altri. Inizierà a smettere di esistere >>.

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