ROMANZO CRIMINALE, Giancarlo De Cataldo

 

L’oscurità sembra avvolgere le luci sfolgoranti della città eterna. La Magliana, periferia del cuore d’Italia, è in questo avvincente romanzo il teatro “naturale” e degradato allo stesso tempo di una tragedia realmente accaduta e purtroppo mai conclusa se, a distanza di anni, essa continua a riproporsi con analoghe modalità in altri luoghi della ridente penisola. Romanzo di un non-romanzo, l’opera di G. De Cataldo è la resa “epica” di un dramma in cui si è consumata, a colpi d’armi da fuoco, vendette trasversali, detenzioni e incerti processi, l’annosa lotta del male contro il bene. Una legione di “eroi” al negativo si trovano a fronteggiare un commissario di polizia (Nicola Scialoja) dai risvolti umanissimi e quasi ridotto all’impotenza ma ostinatamente sostenuto da un alto senso del dovere e della giustizia. I cattivi qui sono davvero tali e l’espediente di renderli con i soprannomi (il Libanese, il Freddo, Dandi, Bufalo, Scrocchiazeppi, il Nero, ecc. ecc.) fa di essi “attori”, quasi maschere di una “tragi-commedia” dell’arte, in grado di assurgere a paradigmi di malvagità e imperturbabile deficienza di scrupoli morali. L’avidità si appaga solo rinunciando a se stessa, cosa che in ROMANZO CRIMINALE non accade. Non ci vorrà quindi molto a questi anti-eroi per intuire che i “timidi” obiettivi criminali degli inizi incoraggiano e consentono ben altro. Si delinea il progetto ambizioso della conquista di Roma. O almeno di quel lato oscuro della città capitolina, ma poi dell’intera società, battuto da prostitute d’alto bordo e papponi, spacciatori e monopòli di narcotraffico, riciclatori di denaro sporco e gestori di locali fuorilegge. Il giro d’affari illeciti della capitale è un boccone troppo ghiotto perché se ne siano accorti solo alla Magliana, perché Cosa Nostra non presuma che sia anche cosa sua. A dispetto del vecchio refrain che la mafia c’è ma non si vede, si profilerà l’incontro-scontro vis-à-vis degli spietati protagonisti con i registi occulti della nostra recente storia nazionale. Fino al vertice della piramide. Fino all’apice da cui poter scorgere come l’illegalità della banda della Magliana non rappresenti un episodio a sé stante ma sia connessa a molte altre vicende dolorose della nostra storia; strategia della tensione, estremismi di vario colore, collusioni tra potere politico, economico, mafioso. Il tutto supportato da complicità impensate di avvocati corruttibili e poliziotti prezzolati. A tingere di rosa e luci rosse le pagine nere di questo dramma, l’avvenenza di una modernissima e smaliziata “cortigiana” (Patrizia) al centro della contesa tra le passioni sfrenate dell’eroe positivo e di quello negativo. I capitoli sono agili e il ritmo generalmente sostenuto, avvincente. Agganci, disseminati generosamente, con altre pagine dell’Italia degli ultimi trent’anni inquietano e introducono ad un tempo il lettore a nuovi nessi, nuove domande. Il romanesco e il siciliano di alcuni dialoghi sono resi fedelmente e conferiscono veracità e intensità alle situazioni descritte. Appena abbozzati fisicamente, i personaggi ricevono dalla vivace penna dell’autore uno spessore caratteriale che si imprime nel lettore in modo duraturo. Una lettura che non si dimentica e che invoglierà molti a procurarsi la recente trasposizione cinematografica ad opera di Michele Placido. Se dunque per un certo verso questo romanzo è cattivo e accattivante, la sua forza da ultimo risiede nell’essere insieme narrazione e cronaca di un aspetto della nostra mala-società. Di certo, opera temeraria di verità.

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