ULTIMA FERMATA A BROOKLYN, Hubert Selby Jr.

“Ultima fermata: Brooklyn”, prodotto da Bernd Eichinger, diretto da Uli Edel. Non ho notizia se al suo debutto cinematografico questo film sia stato sconsigliato ad un pubblico impressionabile. Il libro che l’ha ispirato di certo non è per tutti. E tuttavia, se è pur vero che ogni “recensore” è imparentato filologicamente al “censore”, le mie poche righe intendono far giustizia dei reiterati tentativi di censura cui è andato incontro questo libro sconvolgente e turbante nei suoi quarant’anni di vita. Non solo. Ritengo sia oramai tempo di accantonare lo scandalo, smettere l’indignazione e la riprovazione che ha letteralmente scatenato ai suoi esordi. E non tanto perché il cosiddetto senso comune si sia a tal segno modificato da tollerare le brutalità snocciolate così bene dall’autore, quanto perché abbiamo oggi più che mai il dovere di confrontarci con l’orrore. Tutto quel marciume interiore che l’umanità del ventesimo e ventunesimo secolo ospita a dispetto delle pantomime dell’amore, dei farseschi e patologicamente immaturi tributi alla nuova religione “del cuore”, di molte rassicurazioni in stile new age. La prosa di Hubert Selby Jr. è insofferente all’interpunzione e alle regole stilistiche tradizionali, shakera narrazione e discorsi diretti dei protagonisti sino a consentire una vera e propria full-immersion nella fauna e nelle tribù metropolitane. L’iperrealismo dell’autore non fa concessioni neppure al parlato dei protagonisti, reso fedelmente in uno slang vivace, rozzo, talvolta volgare; un lavoraccio per i traduttori. Lo sguardo di Hubert Selby Jr. s’appunta coraggiosamente e con intento mai consolatorio sul degrado, umano prima che urbano, dei suoi luoghi natii, gli slums dei quartieri più sordidi di New York. In queste pagine lo squallore impera anche laddove la violenza fisica non viene o tarda a venire in primo piano. L’aggressività spesso premessa ad esplosioni di efferatezza, per lo più di gruppo, non è in alcun modo lesinata. Non qui tuttavia è da individuare il minimo comun denominatore che lega ogni racconto di per sé autosufficiente a tutti gli altri. Una definizione spesso citata dell’autore, che suona come una condanna senza appello, indica nella totale “mancanza d’amore” la nota ricorrente, tipicizzante, di questa “terra desolata”. Travestiti, lolite, teppistelli, mariti in crisi, frustrazioni di mogli, tossici, gioventù a perdere…tutti quanti interpreti borderline di atti certamente diversissimi ma drammaticamente somigliantisi nella identica incapacità d’amare. Una deficienza affettiva che non è smentita ma confermata una volta di più allorché l’insensato muoversi dei protagonisti si fa disperata, inconsapevole, smarrita ricerca d’amore. Già. L’umanità ritratta da Hubert Selby Jr. non è quasi mai all’altezza di questo sentimento, e il risultato ovvio è il precipitare di qualcosa d’atteso come nobile verso un che di essenzialmente diverso e ignobile, o in via alternativa la sua riduzione al mero fatto sessuale. E se amore ( A privativo + MORS ) è privazione e negazione della morte, ove questa capacità/disponibilità affettiva latita, come in “Ultima fermata a Brooklyn”, rimane solo la morte a contrassegnare la fatiscenza del cuore e costituire l’esito in certo modo fatale. Se da un lato la messa a morte, non sempre simbolica, del capro espiatorio distingue nel fatto bruto i carnefici dalle vittime, dall’altro la nostra “simpatia” per quest’ultime, il nostro “patire-insieme” a loro, finisce per girare crudelmente a vuoto. Questo poiché qui le vittime finali non si possono mai dire del tutto innocenti, anzi. L’aridità, se non la petrosità e l’egoismo, che trasudano le fa così tanto assomigliare ai loro carnefici da spegnere sul nascere ogni nostro moto accorato di compassione. Se, anche solo per la frazione di un attimo, vi sfiorerà la considerazione che in fondo in fondo la disinibita Tralala se l’è andata a cercare, che ben gli sta allo sfaccendato delegato sindacale, ecc., allora forse si comprenderà in proprio come da quell’orrore non ci siamo mai davvero mondati. Per questo, forse, l’estremo sforzo di purificazione, quasi una catarsi postmoderna, dovrà prima farsi percorso individuale e, attraversando malfamate e letifere periferie dell’anima e di N.Y. dai nomi evocativi come Hell’s kitchen, transitare anche per infera. Fino all’ultima fermata: Brooklyn.

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